sabato 4 febbraio 2012

Talenti



Le sinfonie così come le conosciamo oggi sono il frutto della sordità del compositore.
A 26 anni, in gran segreto, Ludwig van Beethoven comincia ad avvertire i primi sintomi della sordità. Avrebbe presentato la sua "prima sinfonia" da lì a qualche anno e la carriera da compositore era appena iniziata. Preso da enorme tristezza, medita il suicidio. 
La sordità ebbe un forte impatto sullo stile musicale dell'artista tedesco: secondo un gruppo di ricercatori olandesi, a mano a mano che la perdita dell'udito diventava più forte, le partiture subivano una evoluzione. Fino alle sinfonie così come le conosciamo oggi.
Secondo alcuni ricercatori coordinati da Edoardo Saccenti che hanno pubblicato un articolo sul British medical journal il compositore tedesco «utilizzava meno le frequenze che sentiva peggio». Gli studiosi, che hanno analizzato le opere di Beethoven, comprese le partiture, le note, gli strumenti, sostengono che «in principio il compositore smise di udire le note più acute. Di conseguenza, a mano a mano che la sordità avanzava, utilizzava sempre più le note basse e medie».
In una lettera all'amico e medico Wegeler del 1801 confessa la sua preoccupazione. Ma nel frattempo cerca di compensare questo difetto: nel 1815 inizia a servirsi di una trombetta per udire meglio le note delle sue composizione. Nel 1817, quasi completamente sordo, costruisce un pianoforte con le corde più tese. 
«O voi uomini che mi credete ostile, scontroso, misantropo o che mi fate passare per tale, come siete ingiusti con me (...) -scrive il compositore nel Testamento di Heiligenstadt indirizzato ai fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann - ho dovuto isolarmi presto e vivere solitario, lontano dal mondo. Nonostante tutti gli ostacoli della natura, ha fatto di tutto per essere ammesso nel novero degli artisti e degli uomini di valore».

domenica 4 dicembre 2011

Uscire


Mi sento trascurata.
Gli altri non sono come te, ragionano in modo diverso, hanno un’educazione ed una mentalità diverse dalle tue; non puoi dare la colpa agli altri per come ti senti tu. Bisogna andare oltre, uscire da se stessi e porsi di fronte agli altri in maniera critica e positiva. Ci vuole tempo e bisogna fare delle verifiche, ma non si tratta più di pensare se la cosa va bene per te, ma di capire come puoi contribuire.

domenica 11 settembre 2011

Notte



Notte, un canto dal cielo.
Sereno, come cullato dalle onde del mare, rigenerato dall‘erba soffice e fresca, accarezzato dal delicato tepore del sole.

domenica 24 luglio 2011

L'imprevedibile

Per ora mi sento ancora uno spettatore; per ora l’unica cosa stabile è il lavoro!
Forse stai esagerando! Quello che hai fatto e stai facendo può avere inciso e potrebbe incidere più di quanto tu immagini; dovresti cercare di uscire un po’ da te stesso, lasciarti un po’ ammaliare dalle imperfezioni del mondo, sedurre dai difetti e prendere dalla complessità degli eventi. Ricorda: l’imprevedibile è la base della libertà!


lunedì 11 luglio 2011

Io resto qui



A volte mi dimentico di me, del mio passato, delle mie scelte, di quello che sono.
Cado in impaccio, non trovo le parole e non so reagire.
Però, io avevo scelto: ero caduto e mi ero rialzato, mi ero perso ed avevo ritrovato la strada.
Io resto qui!

martedì 17 maggio 2011

La spia

Ha bisogno di assistenza?
No, grazie!
Passata la dogana mi siedo ad attendere la comparsa del numero del cancello d’uscita del mio volo. Sembravo una spia, a dire il vero nemmeno tanto discreta! Con la fotocamera del mio cellulare fotografavo il tabellone, quindi zoommavo la foto per visualizzare meglio la riga dove compariva il  numero del volo. Grande intuizione e grande tecnologia!
Con il tempo ho sviluppato degli stratagemmi ed imparato ad utilizzare gli strumenti a mia disposizione per affrontare il mondo e districarmi tra la gente, riuscendo a controllare progressivamente quella paura di non farcela che mi deriva dal mio handicap visivo. Dopo questo episodio, avvenuto in un frequentatissimo aeroporto di una grande capitale europea, ho capito che posso buttarmi nella mischia come fanno tutti e cavarmela nonostante il mio handicap. Nemmeno per un attimo, questa volta, mi sono sentito solo né ho avvertito il bisogno di essere accompagnato.

martedì 15 marzo 2011

Le prove

Ero in formissima, eccitata, tutto stava andando a meraviglia. Raccoglievo ogni nuova sfida e la superavo son scioltezza: ero la migliore, mi sentivo di poter fare tutto, niente poteva fermarmi.
Un giorno qualcuno mi propose una cosa nuova fuori dai soliti schemi. Avevo bisogno di nuovi stimoli e questa proposta sembrava arrivare nel momento giusto. Così accettai ed incominciai le prove. Mi resi subito conto che era effettivamente una cosa davvero diversa e che avrei avuto bisogno di un po’ di tempo per famigliarizzare. Man mano che passavano i giorni, però, mi trovai sempre più in difficoltà e non riuscivo a fare progressi: era come se mi sentissi bloccata, come se qualcosa dentro di me inconsciamente mi frenasse. S’innescò un circolo vizioso: più aumentavano le difficoltà, più mi preoccupavo e più mi preoccupavo più vedevo le difficoltà aumentare, fino a quando non riuscì più ad esprimermi in alcun modo. L’angoscia si trasformò in ansia e non riuscì più a concludere nulla. Intorno a me la gente incominciava a perdere la fiducia in me ed a mettermi da parte e questo, ovviamente contribuì ad accrescere ancora di più le mie paure. D’un tratto mi resi conto quanto fossi davvero sensibile e, contemporaneamente, quanto importante fosse per me ritrovare la sicurezza e la padronanza nella cosa che sapevo fare meglio.
Un giorno in sala prove si presentò una persona, non tanto bella ne simpatica, ma rimase tutto il tempo a seguire le mie prove, mentre gli altri mi rivolgevano occasionali parole di incoraggiamento senza troppa enfasi. Alla fine della giornata quella persona non tanto bella ne simpatica venne da me e mi disse se volevo entrare a far parte del suo gruppo. Io alzai gli occhi ed esplosi tutta la mia rabbia, la mia frustrazione, la mia ansia.
Ma che cazzo stai dicendo!
Sono sicuro che è quello che vuoi: questo è ciò che conta, il resto arriverà.
Rimasi senza parole di fronte alla sua calma e determinazione. Questa persona mi aveva seguito per tutto il giorno, aveva visto quanto fossi tesa ed impaurita, eppure mi voleva nel suo gruppo solo per il fatto che credeva nelle mie reali potenzialità oltre le apparenze!
Ma questa persona sapeva il fatto suo ed ora lo so anch’io. Se sono qui ora è grazie a questa persona, che ha risvegliato in me la fiducia. In realtà le cose non cambiarono subito, ma mentre tutto e tutti rimanevano indifferenti quella persona mi incoraggiava e mi accettava per quello che ero. Non ho mai cercato punti di riferimento e non li cerco tutt’ora: ho ritrovato me stessa e la serenità ed ho scoperto di voler continuare a condividere le mie esperienze con questa persona non per riconoscenza, ma perché lo voglio sinceramente.

lunedì 7 marzo 2011

Continua a scrivere

Volevo chiudere il mio blog. Volevo smettere di scrivere. Volevo ricominciare a tenermi tutto dentro.
Perché spesso mi chiedo se vale la pena scrivere tutto questo, se interessa davvero, ma soprattutto è giusto farlo, per me stesso, intendo.
Volevo togliere tutto, le mie parole, le mie foto. E stavo quasi per farlo...
Ma, poi qualcosa mi ha convinto a non farlo ed a continuare, per me.
Ma qualcuno risponde al tuo blog?
Non so se qualcuno lo legge, ma quasi nessuno mi risponde.
Beh, tu continua a scrivere, però!

giovedì 3 marzo 2011

La grande casa

Vuoi un succo?
Le parole, appena sussurrate, lo risvegliarono dal dolce torpore. Lentamente si alzarono dal divano e, senza perdersi di vista un attimo, si spostarono in cucina. La grande casa, con le sue stanze, le sue pareti, le sue porte, le sue finestre, teneva il mondo lontano; i rumori della strada giungevano affievoliti ed in quel momento dentro la casa si sentiva solo il rumore delle piante dei loro piedi sul pavimento fresco.
Aprì il frigo, tirò fuori la bottiglia; prese un bicchiere dall’armadietto, sollevandosi sulle punte dei piedi, lo riempì e glielo diede. Restarono lì in piedi senza togliersi gli occhi di dosso, appoggiati dolcemente al piano della cucina ed illuminati dalla fioca luce della cappa; la tapparella del terrazzo leggermente abbassata lasciò entrare una leggera brezza che delicatamente accarezzò i loro corpi.
Vieni.
Prese la sua mano e lo condusse in camera.
Notte. Supini, le dita delle mani che sfiorano appena la pelle ancora calda. Silenzio, dalla finestra aperta il rumore di un tram in lontananza. Percepiva chiaramente che entrambi stavano pensando alla stessa cosa: era da tanto tempo che quel grande letto non ospitava un’altra persona.
Non rivide più la grande casa. Ripensandoci, però, le cose non sarebbero potute andare diversamente: fu tutto perfetto, puro, vissuto con la massima naturalezza e sincerità. 
Grazie a questa considerazione, col tempo riuscì a colmare la sensazione di vuoto e di sfiducia ed a risvegliare in lui il desiderio e la speranza.

giovedì 24 febbraio 2011

Ho paura di perdermi


Ho paura di perdermi
guardando il tuo viso;
ho paura di perdermi
nei tuoi occhi.
Ho paura di perdermi
ascoltando la tua voce;
ho paura di perdermi
nella tua dolcezza.
Ho paura di perdermi
stando a guardarti;
ho paura di perdermi
tra le tue braccia.
Per questo ora non posso dirti niente.