Benvenuti. Spesso non riesco a trasmettere tutti i miei pensieri a voce. Forse è una questione di allenamento al dialogo. Del resto ognuno usa gli strumenti che conosce meglio ed il mio, per adesso, è quello della scrittura. Pertanto ho aperto questo blog con l’intenzione di condividere le mie esperienze. Tutti possono partecipare, non costa niente; potete anche farlo conoscere ad altre persone. Grazie
mercoledì 4 aprile 2012
Oggi
martedì 17 maggio 2011
La spia
giovedì 17 febbraio 2011
Sciopero
martedì 30 novembre 2010
Sentieri
Partiamo. Il sentiero è largo, pianeggiante, ben segnato e curato: sono entusiasta, il percorso è privo di difficoltà; parliamo e scherziamo appassionatamente, mentre tutti insieme camminiamo con passo costante e determinato.
Dopo qualche tempo la pendenza cambia ed il sentiero si fa gradualmente più ripido ed impervio: il tracciato si restringe, il terreno diventa scosceso e tutto questo rallenta la mia salita per via della mia scarsa capacità visiva. I discorsi si smorzano e non si scherza più, rimanendo concentrati sul sentiero: ognuno prende il proprio ritmo ed il gruppo si spezza. Io rimango un po’ indietro, le gambe cominciano a farsi sentire, ma tengo il passo.
Il sentiero è diventato impegnativo, il gruppo si è definitivamente sciolto ed io sono rimasto indietro. Proseguo a ritmo molto lento, le gambe scottano e mi manca il respiro: quella che sembrava una camminata tranquilla si è trasformata in una lotta drammatica contro la fatica. Mi fermo a riprendere fiato ma sono fradicio per cui riparto quasi subito per non prendere troppo freddo. Mi fermo di nuovo, persone mi superano. Sono solo; c’è un silenzio assordante: quelli che erano con me ormai sono avanti e dietro di me non c’è più nessuno. Diventa quasi impossibile riprendere il cammino, e stento ad andare avanti: non sento più le gambe, mentre il peso dello zaino sulle spalle diventa insopportabile ed il sudore mi si asciuga addosso facendomi venire i brividi.
Privo di forze ed in preda all’angoscia comincio a desiderare di fermarmi definitivamente e tornare indietro. Non sono preparato per questo tipo di cose, anzi, non sarei dovuto neanche partire: gli altri sono tutti allenati e non fanno nessuna fatica. A questo punto le cose più logiche da fare sono, o avvertirli e tornare indietro, oppure trovare un posto comodo ed aspettare il loro ritorno. Non importa che figura ci faccio, sono andato al di là delle mie possibilità.
Il silenzio diventa mostruoso e mi avvolge come per proteggermi: mi sento bene al riparo dal mondo e mi accorgo che potrei abituarmi a questo immobile torpore. Ma così non va bene, non è giusto. Ero partito per raggiungere il luogo di un evento unico nel suo genere e non posso deludere così le mie aspettative, non voglio rinunciare senza prima aver provato fino in fondo, inoltre, la soddisfazione di arrivare potrebbe veramente ripagarmi di tutti gli sforzi!
Faticosamente riparto, attorno a me ancora silenzio e solitudine. Metto un piede davanti all’altro tenendo lo sguardo rivolto verso il basso per non guardare il sentiero che ancora sembra interminabile; anzi, ho come la sensazione che la fine si allontani ad ogni mio passo.
Passa del tempo, il sentiero s’inerpica nel bosco, la luce penetra a sprazzi tra le fronde degli alberi rendendo per me ancora più difficile seguire il percorso. Adesso, però, mi sento meglio, perché nonostante tutto il desiderio di continuare e di arrivare ha preso il sopravvento.
Ad un certo punto comincio a sentire, molto in lontananza, una voce, il monologo di una persona che parla attraverso un microfono; chissà da quanto tempo è iniziato lo spettacolo. L’eco delle montagne lo fa sembrare vicino, anche se in realtà manca ancora un po’ di strada. Però, ad ogni mio passo la voce si fa più vicina: il sentiero ha smesso di prendersi gioco di me, la fine si sta avvicinando davvero. Esco dal bosco e percepisco la folla, ma non sono ancora arrivato. Poi, con mia grande sorpresa, sento un’altra voce, questa volta accompagnata dalla chitarra, non sapevo che doveva esserci anche la musica. Io questa voce la conosco! Le mie gambe non mi reggono più, ma allungo il passo, non voglio perdermi l’ultima parte dello spettacolo.
Ecco gli altri: sono arrivato. Lascio cadere lo zaino e mi sdraio sull’erba sotto il sole; devo sembrare davvero stremato, perché qualcuno mi chiede se va tutto bene. Certo che va tutto bene: sono arrivato, ora non c’è silenzio e non sono più solo e dico a me stesso che laggiù da qualche parte lungo il sentiero avevo fatto bene a scegliere di continuare. Sì, perché anche se questa giornata potrebbe non aver inciso in maniera determinante sul corso della mia vita, ho imparato ancora una volta che non vale la pena rinunciare a qualcosa che potrebbe dare delle soddisfazioni anche piccole; infatti, a volte alla lunga desistere accontentandosi di immaginare come sarebbe stato è più doloroso che sentirsi consumare dalla fatica, dalla tensione e dall’angoscia. L’entusiasmo e la passione iniziali non mi sarebbero bastati per raggiungere la fine del sentiero se non ci fossero stati anche il desiderio e la volontà di farlo.
martedì 25 maggio 2010
Il mio mestiere
Ho cercato di riassumerti i fatti principali che mi sono accaduti in tutti questi anni, ti ho dato un’idea di quello che ho fatto e dell’ambiente dove ho lavorato. Volendo, potrei darti una mano per farti entrare nel mondo del lavoro in cui io ho vissuto per trentaquattro anni. Vuoi fare il mio mestiere?
C'era un tipo che viveva in un abbaino per avere il cielo sempre vicino; voleva passare sulla vita come un aeroplano, perché a lui non importava niente di quello che faceva la gente. Solo una cosa per lui era importante e si esercitava continuamente per sviluppare quel talento latente che è nascosto tra le pieghe della mente.
E la notte, sdraiato sul letto, guardando le stelle dalla finestra nel tetto con un messaggio
voleva prendere contatto.
No, non voglio fare il tuo mestiere, non mi sento tagliato per quel tipo di lavoro. Ho passato tutta la vita a concentrarmi su un altro tipo di argomento che ora mi parrebbe stupido non mettere in pratica ciò che ho imparato.
Ho rubato il tempo, ma ora ho trovato una collocazione, la mia dimensione e mi sento libero.
Dopo un po' di tempo la sua sicurezza comincia a dare segni di incertezza: si sente crescere dentro l'amarezza, perché adesso che il suo scopo é stato realizzato si sente ancora vuoto, si accorge che in lui niente é cambiato, che le sue paure non se ne sono andate, anzi che semmai sono aumentate dalla solitudine amplificate.
E adesso passa la vita a cercare ancora di comunicare con qualcuno che lo possa far tornare.
martedì 16 febbraio 2010
Fantasma
Seduto sul sedile del passeggero, si girò per guardare fuori dal finestrino dell’auto. La piazza, concepita negli anni venti del secolo scorso, era lì, come sempre: di notte dava il meglio di sé.
In quel momento ripensò ad un film che aveva visto qualche mese prima presso l’auditorium di quella piazza e si ritrovò quasi per caso a riflettere sulla sua vita.
Quante case e quanti ambienti aveva cambiato, dove magari avrebbe potuto mettere radici. Quante persone aveva involontariamente lasciato, con cui magari avrebbe potuto condividere esperienze durevoli. Quante difficoltà negli anni e quante scelte non scontate per accumulare il bagaglio di esperienze attuale. Quante relazioni, amicizie, rapporti aveva visto passare e mutare a seconda delle circostanze e degli stati d’animo, quante sicurezze, desideri ed idee aveva visto cadere troppo repentinamente.

Mai come prima le parole del protagonista di quel film riecheggiarono nella sua mente con tanta passione:
Dovunque un poliziotto picchia una persona,
dovunque un bambino nasce gridando per la fame,
dovunque c'è una lotta contro il sangue e l'odio nell'aria,
cercami e ci sarò.
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità
per un lavoro decente, una mano d'aiuto,
dovunque qualcuno lotta per essere libero,
guardali negli occhi e vedrai me.
Ciò che conta è che bisognerebbe avere qualcosa in cui credere, infatti, si riuscirebbe a superare meglio cose come le incomprensioni e la solitudine non sarebbero nemmeno concepibili.
Tutto questo pensò mentre in auto passava, seduto sul sedile del passeggero, davanti alla piazza dopo mezzanotte e, benché si sentisse solo, quelle parole di speranza e coraggio gli diedero un senso di libertà e serenità.
giovedì 5 novembre 2009
La televisione
Improvvisamente ci si ritrova soli. Il mondo che si conosceva, con cui si conviveva, che si pensava perfetto, crolla, svanisce, ci abbandona di colpo. Si rimane soli, in piedi in mezzo alle macerie: e adesso?
Lo sconforto e la disillusione ci impediscono di compiere anche i gesti più banali a cui eravamo abituati e che ci sembravano scontati, come accendere la televisione!
Quindi si tenta di reagire ricercando qualcosa che tenga occupata la testa.
Poi succede qualcosa. Qualcosa d’inaspettato, di improvviso, d’impetuoso, di inevitabile. E ci coinvolge fino al midollo, al punto che s’incomincia a fare tutto in funzione di questo. Ci si sente bene, si vede tutto con occhi più sereni, si riprendono i semplici gesti, non ci si sente più soli e tutto sembra incastrarsi alla perfezione.
Ma questa successione così intensa di eventi, da una vita apparentemente stabile, alla sofferenza ed alla solitudine, all’euforia ed alla completa apertura, porta anche alla presa di coscienza di sé e del mondo, ad una maggiore consapevolezza ed alla necessità di metter ordine davvero nella propria vita. Ci si ritrova soli di nuovo, ma questa volta coscientemente e con un scopo preciso: ricercare ed esprimere se stessi. Il tempo, che tutto sistema, diventa complice in questa ricerca ma, senza forzare gli eventi, bisogna mantenere la volontà di andare fino in fondo.
Non avevo più acceso la televisione fino ad oggi, forse per una mia sciocca debolezza…
Tu hai fatto la cosa giusta al momento giusto. Se l’avessi accesa prima, probabilmente l’avresti odiata!

