Benvenuti. Spesso non riesco a trasmettere tutti i miei pensieri a voce. Forse è una questione di allenamento al dialogo. Del resto ognuno usa gli strumenti che conosce meglio ed il mio, per adesso, è quello della scrittura. Pertanto ho aperto questo blog con l’intenzione di condividere le mie esperienze. Tutti possono partecipare, non costa niente; potete anche farlo conoscere ad altre persone. Grazie
mercoledì 26 settembre 2012
Joycamp
martedì 15 marzo 2011
Le prove
giovedì 17 febbraio 2011
Sciopero
martedì 30 novembre 2010
Sentieri
Partiamo. Il sentiero è largo, pianeggiante, ben segnato e curato: sono entusiasta, il percorso è privo di difficoltà; parliamo e scherziamo appassionatamente, mentre tutti insieme camminiamo con passo costante e determinato.
Dopo qualche tempo la pendenza cambia ed il sentiero si fa gradualmente più ripido ed impervio: il tracciato si restringe, il terreno diventa scosceso e tutto questo rallenta la mia salita per via della mia scarsa capacità visiva. I discorsi si smorzano e non si scherza più, rimanendo concentrati sul sentiero: ognuno prende il proprio ritmo ed il gruppo si spezza. Io rimango un po’ indietro, le gambe cominciano a farsi sentire, ma tengo il passo.
Il sentiero è diventato impegnativo, il gruppo si è definitivamente sciolto ed io sono rimasto indietro. Proseguo a ritmo molto lento, le gambe scottano e mi manca il respiro: quella che sembrava una camminata tranquilla si è trasformata in una lotta drammatica contro la fatica. Mi fermo a riprendere fiato ma sono fradicio per cui riparto quasi subito per non prendere troppo freddo. Mi fermo di nuovo, persone mi superano. Sono solo; c’è un silenzio assordante: quelli che erano con me ormai sono avanti e dietro di me non c’è più nessuno. Diventa quasi impossibile riprendere il cammino, e stento ad andare avanti: non sento più le gambe, mentre il peso dello zaino sulle spalle diventa insopportabile ed il sudore mi si asciuga addosso facendomi venire i brividi.
Privo di forze ed in preda all’angoscia comincio a desiderare di fermarmi definitivamente e tornare indietro. Non sono preparato per questo tipo di cose, anzi, non sarei dovuto neanche partire: gli altri sono tutti allenati e non fanno nessuna fatica. A questo punto le cose più logiche da fare sono, o avvertirli e tornare indietro, oppure trovare un posto comodo ed aspettare il loro ritorno. Non importa che figura ci faccio, sono andato al di là delle mie possibilità.
Il silenzio diventa mostruoso e mi avvolge come per proteggermi: mi sento bene al riparo dal mondo e mi accorgo che potrei abituarmi a questo immobile torpore. Ma così non va bene, non è giusto. Ero partito per raggiungere il luogo di un evento unico nel suo genere e non posso deludere così le mie aspettative, non voglio rinunciare senza prima aver provato fino in fondo, inoltre, la soddisfazione di arrivare potrebbe veramente ripagarmi di tutti gli sforzi!
Faticosamente riparto, attorno a me ancora silenzio e solitudine. Metto un piede davanti all’altro tenendo lo sguardo rivolto verso il basso per non guardare il sentiero che ancora sembra interminabile; anzi, ho come la sensazione che la fine si allontani ad ogni mio passo.
Passa del tempo, il sentiero s’inerpica nel bosco, la luce penetra a sprazzi tra le fronde degli alberi rendendo per me ancora più difficile seguire il percorso. Adesso, però, mi sento meglio, perché nonostante tutto il desiderio di continuare e di arrivare ha preso il sopravvento.
Ad un certo punto comincio a sentire, molto in lontananza, una voce, il monologo di una persona che parla attraverso un microfono; chissà da quanto tempo è iniziato lo spettacolo. L’eco delle montagne lo fa sembrare vicino, anche se in realtà manca ancora un po’ di strada. Però, ad ogni mio passo la voce si fa più vicina: il sentiero ha smesso di prendersi gioco di me, la fine si sta avvicinando davvero. Esco dal bosco e percepisco la folla, ma non sono ancora arrivato. Poi, con mia grande sorpresa, sento un’altra voce, questa volta accompagnata dalla chitarra, non sapevo che doveva esserci anche la musica. Io questa voce la conosco! Le mie gambe non mi reggono più, ma allungo il passo, non voglio perdermi l’ultima parte dello spettacolo.
Ecco gli altri: sono arrivato. Lascio cadere lo zaino e mi sdraio sull’erba sotto il sole; devo sembrare davvero stremato, perché qualcuno mi chiede se va tutto bene. Certo che va tutto bene: sono arrivato, ora non c’è silenzio e non sono più solo e dico a me stesso che laggiù da qualche parte lungo il sentiero avevo fatto bene a scegliere di continuare. Sì, perché anche se questa giornata potrebbe non aver inciso in maniera determinante sul corso della mia vita, ho imparato ancora una volta che non vale la pena rinunciare a qualcosa che potrebbe dare delle soddisfazioni anche piccole; infatti, a volte alla lunga desistere accontentandosi di immaginare come sarebbe stato è più doloroso che sentirsi consumare dalla fatica, dalla tensione e dall’angoscia. L’entusiasmo e la passione iniziali non mi sarebbero bastati per raggiungere la fine del sentiero se non ci fossero stati anche il desiderio e la volontà di farlo.
sabato 19 giugno 2010
Oltre il colle

Una sera, come tante altre, mi sono incamminato a piedi verso il locale. Da casa mia si deve scollinare, seguendo un percorso quasi completamente pedonale. Prima bisogna salire per un vicolo lastricato di pavé, costeggiando edifici vecchi ristrutturati e muri di cinta interrotti da portoncini e cancelli. Spesso dalle case si sente il suono di un pianoforte che rompe il silenzio del vicolo senz’auto.
In cima alla salita il panorama finalmente si apre e si può osservare praticamente tutta la città bassa dall’alto fino alla periferia sud e, ancora più in là, fino all’aeroporto internazionale. La presenza di coppie di innamorati e non rende il paesaggio ancora più suggestivo.
Infine, si deve percorrere una parte della cinta muraria e ridiscendere verso la città bassa dalla parte opposta rispetto al punto di partenza, ripiombando nuovamente nel caos.
Le fasi della passeggiata rispecchiano i miei pensieri. La salita, che di solito inizio quando è ancora chiaro, è il momento più faticoso, quello in cui in genere si è più concentrati e che si vorrebbe finisse presto. In questa parte del percorso mi assalgono tutte le percezioni e le sensazioni più negative ed i pensieri più angoscianti dei giorni addietro. La mia mente, la mia anima ed il mio cuore sembrano prosciugati dal disincanto e dalla disillusione e s’inaridiscono, lasciando dentro di me una sensazione angosciante di ineluttabilità; mi sento in trappola.
La fine della salita è il momento in cui finalmente la fatica si scioglie, si recuperano le forze e s’incomincia a sentirsi sollevati. Prendo un grande respiro ed in un istante libero tutta l’ansia della salita: ora posso di nuovo pensare liberamente, lasciarmi pervadere dalle sensazioni e percepire il mondo circostante; la sensazione d’ineluttabilità lascia il posto ad uno stato d’animo di attesa e non mi sento più in trappola.
La discesa è decisamente piacevole, non si deve più faticare e ci si sente tranquilli. Penso a quella che mi aspetta (la gente del locale, le persone che conosco, il lavoro, i rapporti) e ripeto a me stesso le parole che qualcuno mi disse qualche giorno prima: Tu puoi fare tutto.
Questo non significa che io devo sapere e fare tutto quello che fanno gli altri; la cosa importante è sapere che io ho le stesse possibilità degli altri di provare gioie e dolori, di sperimentare difficoltà e serenità, di amare e di odiare. Io devo vivere la mia vita e non quella degli altri: è così che riuscirò a dare la giusta importanza alle cose e ad essere attivamente presente nel mondo e nella vita degli altri.
Ecco: la salita ha condotto alla discesa, i brutti pensieri iniziali hanno lasciato il posto a pensieri di accettazione e speranza.
martedì 26 gennaio 2010
L'istinto
[...] mi sento disarmato e penso che nella circostanza sarei preso dall’angoscia di dover chiedere aiuto a degli sconosciuti con un bambino in braccio. Oggi questa eventualità mi spaventa e mi scoraggia: spero che non debba mai succedere, ma se dovesse, voglio pensare di riuscire a gestirla.” (La bambina)
Gli autisti degli autobus, si sa, non sono sempre diligenti anzi, a volte tengono, tra le altre cose, una guida molto nervosa!
Qualche sera fa, tornando a casa, è salito sull’autobus un bambino accompagnato dal padre. Si erano posizionati entrambi davanti a me, il padre si era subito attaccato, mentre il bambino, che portava uno zaino pesante sulle spalle. Ad un certo punto l’autista ha frenato di colpo e per inerzia i passeggeri liberi sono stai sbalzati in avanti, compreso il bambino davanti a me. Istintivamente l’ho afferrato per lo zaino, frenando la sua caduta. Il padre, da bravo bergamasco, ha detto al bambino di aggrapparsi, senza rivolgermi nessuna attenzione.
Il mio gesto mi ha sorpreso, perché non pensavo di avere questa “prontezza”; invece, non ho avuto nessuna esitazione, non ho pensato, anzi mi è sembrato quasi normale, come se fossi io responsabile di quel bambino. Quanti altri gesti istintivi trattengo dentro di me?
Dopo ho pensato: “Si può vincere l’angoscia”! In effetti a volte è difficile superare quel momento quando ti senti preso da un groppo soffocante da cui non riesci a liberarti. Bisognerebbe riuscire a non pensarci, prima che questo stato d’animo si tramuti in ansia vera e propria, più difficile da eradicare; bisognerebbe ricordarsi degli attimi in cui, senza pensare, abbiamo liberato il nostro lato migliore, affidandoci proprio all’istinto, che per natura è positivo. La prossima volta che mi capiterà di sentir crescere dentro di me un qualche sentimento di angoscia mi dovrò ricordare del mio “istinto” e pensare: “Si può superare, è istintivo”!
martedì 17 novembre 2009
ER
Ma per fortuna che in quei momenti c’è qualcuno, che non si è soli, che si può contare su un appoggio, su persone che si prodigano per aiutarci. Queste persone sono pronte a sconvolgere i loro piani per noi e se decidono di essere coinvolti lo fanno per responsabilità, per lealtà, per coerenza e correttezza, per amore; non lo fanno per noi, ma con noi!
Riconoscenza è, innanzitutto, ciò che si meritano queste persone. Ecco a cosa serve l’angoscia: a distoglierci dall’eccessivo amor proprio, a ridimensionare il nostro orgoglio, a farci comprendere cosa e chi è davvero importante.mercoledì 11 novembre 2009
La partita
Qualche anno fa andai a seguire una partita di pallone tra ipovedenti e vedenti, se non ricordo male la sfida venne organizzata dal Gruppo Sportivo Ciechi ed Ipovedenti di Bergamo, la mia città.
Da una parte il gruppo ipovedenti. Il loro allenamento si svolse in silenzio, si sentiva solo la voce dell’allenatore. I giocatori seguirono le istruzioni senza dire niente, nessun commento, nessuna battuta; probabilmente si stavano concentrando, forse pensavano, orgogliosi, all’evento esclusivo che li avrebbe visti protagonisti quel giorno.
La squadra dei vedenti arrivò in ritardo e l’impatto fu subito diverso.
Voci, ecco che cosa ricordo di loro. L’assenza del silenzio: risate, battute, commenti. Era quasi fastidioso; possibile che non avessero rispetto del silenzio?
Poi la partita iniziò. Non sto a raccontarla, ma una scena mi colpì.
Alla squadra dei vedenti fu fischiato un rigore, che venne sbagliato; infatti la palla finì alta sopra la traversa.
Il giocatore che sbagliò si giustificò dicendo che aveva dimenticato gli occhiali!
Dall’altra parte nessuno rise o commentò, e sono sicuro che nella testa dei giocatori ipovedenti si mescolarono tanti sentimenti. Sono sicuro che, come me, avevano provato prima di tutto indignazione, per la battuta di poco gusto, poi compassione, per la poca sensibilità, infine, delusione, per l’occasione persa di dimostrare sincera condivisione.
Avrebbero tanto desiderato prenderla sul ridere anche loro, avere il coraggio di scherzarci sopra, di condividere serenamente il fatto con tutti, ma non successe. Fu come osservare due mondi separati. Per un momento questi due mondi si erano incontrati grazie allo sport, ma era stato un passaggio, un volo di uccello, un flash, il passaggio di un treno in corsa diretto altrove.
Io, da ipovedente, era andato a seguire quella partita per curiosità e per capire se potevo in qualche modo partecipare alle attività del Gruppo Sportivo Ciechi ed Ipovedenti.
Non ebbi più modo di seguire le attività del Gruppo, ma quell’episodio mi diede lo spunto per alcune riflessioni.
I vedenti hanno più scelte degli ipovedenti. Penso, per esempio, al fatto che essi possono scegliere se prendere la propria macchina o no, possono scegliere se andare in bicicletta sulla strada o sulle piste apposite, possono scegliere se fare i chirurghi o lavorare in laboratorio, possono scegliere se prendere un televisore o un monitor per il computer grande o piccolo; possono scegliere di aiutare gli ipovedenti e, perché no, di capirli.
Una situazione che spesso mi angoscia è la folla, o meglio la confusione, quando, cioè, mi trovo in circostanze dove non riesco a contare nemmeno sui sensi che funzionano. Non potendo fare affidamento sui miei occhi, infatti, i sensi che mi restano sono l’udito ed il tatto; e nei luoghi dove le luci sono soffuse, la musica è alta e la gente è stipata, mi rimane solo il tatto. In quei momenti se mi passasse davanti qualcuno che conosco non riuscirei a vederlo, a meno che questi non mi prendesse il braccio di forza! Vorrei salutare, fermarmi a parlare, riconoscere le situazioni dagli sguardi, ma non posso. Anche per strada accade che qualcuno mi saluti e io non possa ricambiare, che qualcuno mi suoni dall’auto e io mi guardi intorno senza capire.
In queste situazioni, dove sembra trasparire soltanto superbia e non ciò che vorrei comunicare davvero, la mia fiducia vacilla e la tentazione di chiudermi in me stesso è forte. Però, penso che non si può colpevolizzare ne responsabilizzare nessuno della propria condizione: ognuno è libero di scegliere in base a come egli è, secondo il proprio carattere, nei modi e con i mezzi che conosce.
Quello che è realmente importante è la coerenza: se una persona, giusta o sbagliata che sia, è coerente, allora è rispettosa degli altri, anche di quelli diversi da lui e diventa perciò rispettabile.
sabato 7 novembre 2009
Luce negli occhi
venerdì 6 novembre 2009
La bambina
Attaccati bene.
Subito la bambina si attaccò al corrimano.
L’autobus era quello delle 18:45 e stava riportando me e la mia collega a casa. La mamma, con la bambina in braccio, era salita due fermate dopo la nostra e si era posizionata poco più avanti rispetto a dove eravamo seduti noi. La bambina, piccola, imbacuccata nel suo giubbotto rosa e la cuffia, sembrava sveglia ed attenta e seguiva tutto quello che le diceva la mamma. Questa, che sembrava altrettanto sveglia, era allegra, cantava e scherzava con la bambina.
Mi piaceva la scena, vedere una mamma serena e sicura ed una bambina già ben predisposta verso il mondo. Persone affidabili. Ed ho incominciato a pensare.
Come mi sentirei se fossi quella mamma? Voglio dire, considerando la mia disabilità visiva, dovuta ad una lesione congenita della retina di entrambi gli occhi, in quella situazione dovrei badare a me e ad un’altra persona ancora piccola, per cui dovrei stare attento due volte a quello che succede. E se, per una qualche paura od insicurezza data dalla mancanza di vista, mi venisse un attacco di ansia, che cosa farei? è ovvio che la mia preoccupazione sarebbe per la bambina, sicuramente cercherei qualcuno a cui chiedere aiuto, ma se non ci fosse nessuno? Ora, pensandoci, mi sento disarmato e penso che nella circostanza sarei preso dall’angoscia di dover chiedere aiuto a degli sconosciuti con un bambino in braccio.
Oggi questa eventualità mi spaventa e mi scoraggia: spero che non debba mai succedere, ma se dovesse, voglio pensare di riuscire a gestirla.
